uccidono i cristiani pachistani

«Così stanno uccidendo i cristiani pachistani» [ma, questo non è un problema, perché, il tutto è realizzato legalmente, sotto egida: Onu Bildenberg, Amnesty, la satanica religione, del NWO-Fmi, talmud satanico, Kabbalah, 666, per uccidere Israele  ] Mons. Coutts: "Quanto accaduto a Peshawar è qualcosa di davvero inedito ed è la peggiore tragedia della nostra storia". La nuova Bussola quotidiana. 08.10.2013. di Marta Petrosillo. La mattina del 22 settembre a Peshawar, nel Nord del Pakistan, quasi settecento fedeli assistono alla messa domenicale nella chiesa Ognissanti. Poco dopo la fine della funzione, due kamikaze si fanno esplodere uccidendo oltre 100 persone e ferendone circa 150. È il più drammatico attacco anti-cristiano mai avvenuto in Pakistan ed il primo attentato kamikaze ad una Chiesa. L’atto terroristico è stato rivendicato dal gruppo Jundullah, una cellula in seno al Tehrik-e-Taliban Pakistan, il principale gruppo terroristico del paese. «Quanto accaduto a Peshawar è qualcosa di davvero inedito ed è la peggiore tragedia della nostra storia», ha commentato monsignor Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e presidente della Conferenza episcopale locale e di Caritas Pakistan. Invitato dalla Fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, il presule è in questi giorni in Italia per raccontare le difficoltà dei cristiani pachistani in tre diversi incontri: martedì 8 all’Università Statale di Milano; giovedì 10 a Roma presso La Pontificia Università della Santa Croce; e venerdì 11 a Firenze nella Basilica della Santa Croce. Già vescovo di Hyderabad e Faisalabad, monsignor Coutts ha svolto il suo episcopato in tre delle quattro province in cui è suddiviso il Pakistan: Punjab, Sindh e Balochistan. Dal 25 gennaio del 2012 è alla guida dell’arcidiocesi di Karachi, la città più grande e popolosa del paese. In 25 anni di episcopato è stato encomiabile il suo contributo al dialogo interreligioso, in una nazione in cui oltre il 95% dei 180 milioni di abitanti è costituito da musulmani. Altrettanto lodevole è il suo impegno contro la «legge sulla blasfemia» che punisce con l’ergastolo chiunque profani il Corano e condanna a morte chi insulta il profeta Maometto. Dall’introduzione della norma, nel 1986, sono oltre 1200 le persone incriminate ufficialmente per blasfemia. È sufficiente un’accusa, spesso infondata, per essere immediatamente incarcerati. Usata il più delle volte impropriamente, la “legge nera” è un’arma drammaticamente efficace per vendicarsi o ferire qualcuno. Specie se la persona in questione non è musulmana. Oltre a condannare la norma, monsignor Coutts ha più volte denunciato le tante esecuzioni sommarie ad opera di estremisti, avvenute anche in seguito all’assoluzione degli imputati. In molti casi, poi, la “caccia al blasfemo” scatena veri e propri massacri, come avvenuto nel marzo scorso a Lahore, dove una folla di tremila musulmani inferociti ha dato alle fiamme l’insediamento cristiano di Joseph Colony perché uno degli abitanti era stato accusato di aver offeso Maometto. Come è accaduto a Gojra nell’agosto del 2009, quando ad accendere l’ira della folla sono stati pochi fogli di giornale trasformati in coriandoli da alcuni bambini durante la celebrazione di un matrimonio. Su quelle pagine vi erano trascritti dei versetti del Corano, e così centinaia di persone, aizzate dal locale leader islamico, hanno dato alle fiamme oltre 150 case. Pochi giorni dopo monsignor Coutts, all’epoca vescovo di Faisalabad, ha officiato i funerali delle otto vittime alla presenza di una comunità addolorata e terrorizzata.
Eccellenza, perché la strage di Peshawar è diversa dagli altri attacchi anti-cristiani?
L’attentato è stato perpetrato da un gruppo estremista, il cui obiettivo principale è trasformare il Pakistan in una teocrazia islamica. I fondamentalisti combattono il governo pachistano, per questo avevano già effettuato altri attacchi contro l’esercito, le forze di polizia e le istituzioni. Colpendo una Chiesa, questa volta hanno voluto mandare un messaggio agli Stati Uniti affinché interrompano immediatamente le missioni dei droni (velivoli senza pilota impiegati principalmente in ambito militare, ndr) sul territorio pachistano. Altrimenti quanto accaduto nella chiesa Ognissanti si ripeterà.
Perché proprio le Chiese? Nell’immaginario di questi gruppi l’equazione comunità cristiana-Occidente è molto in uso. America ed Europa sono continenti cristiani: gli estremisti sono convinti di poter influire su Washington minacciando o attaccando la nostra comunità. Per comprendere tale mentalità dobbiamo risalire alla guerra in Afghanistan, quando molti giovani pachistani furono addestrati, grazie al sostegno economico di Arabia Saudita e Stati Uniti, per combattere i sovietici aldilà della Linea Durand. Una volta sconfitta l’Urss, questi combattenti iniziarono a colpire la Nato, composta da Stati cristiani e dunque infedeli, colpevole d’aver invaso due nazioni islamiche come l’Afghanistan e l’Iraq. È da allora che una nuova forma di islam, frutto del wahabismo di matrice saudita, ha iniziato a diffondersi incoraggiando la jihad (la guerra santa). Così i cristiani pachistani sono stati additati come infedeli che condividono la stessa fede degli invasori. Tuttavia la comunità cristiana non soffre solo a causa del terrorismo. Anche la quotidianità è fatta di discriminazioni… La peggiore discriminazione è non essere considerati al pari degli altri cittadini. Contrariamente a quanto desiderato dal padre della patria, Muhammad Ali Jinnah, che aveva pensato una nazione in cui ognuno “fosse libero di andare alla moschea, o al tempio o in qualsiasi altro luogo di culto”, i non musulmani sono sempre stati emarginati. Come accade in molte società islamiche, qui i cristiani sono considerati “dhimmi”, una connotazione che sancisce la disparità politica e sociale dei non musulmani. Godiamo di molte libertà, garantite anche dalla Costituzione, ma siamo comunque discriminati in molti modi, ad esempio nel mondo del lavoro o in ambito scolastico. Molti dei ragazzi cristiani che frequentano le scuole statali sono penalizzati negli studi o subiscono pressioni affinché si convertano all’islam. Anche la legge anti-blasfemia è un potente strumento di persecuzione cristiana… Pur essendo nata per proteggere l’onore del profeta Maometto e preservare il Corano dalla dissacrazione, questa norma si presta facilmente ad interpretazioni errate. Tecnicamente è applicabile anche se una copia del Corano scivola di mano e cade in terra. E poi è davvero difficile per l’imputato difendersi, perché l’accusa di blasfemia innesca una reazione emotiva nella società. In molti casi, infatti, il presunto blasfemo è stato picchiato o ucciso prima di avere provato la sua innocenza, oppure dopo essere stato prosciolto in sede di giudizio.

Pakistan assassini criminali, torturatori, maniaci religiosi, maledizioni su di voi, sulla vostra maligna religione!: coppia cristiana arrestata per blasfemia [ tutti i nazisti Lega ARABA, sotto egida ONU, Amnesty, Bildenberg, dove i diritti umani, ed i martiri cristiani, diventano invisibili.. ] Il marito ha riconosciuto le false accuse perché la polizia non torturasse anche sua moglie. Catalunya Cristiana. 16.01.2014 © DR. di Samuél Gutierrez. Il martirio in Pakistan ha oggi molti volti. Uno di questi, forse quello messo più a tacere, è quello, che, fa subire a migliaia di famiglie cristiane le conseguenze dell'ingiusta e crudele legge antiblasfemia. Il caso di Asia Bibi, madre di famiglia condannata nel 2009 all'impiccagione per blasfemia, è forse il più noto, ma non è l'unico. La legge è già costata molte vite in Pakistan. Molti cristiani e anche alcuni membri della Ahmadiyya (una minoranza islamica) e buddisti restano oggi nel braccio della morte, in condizioni deplorevoli, accusati di un crimine assurdo che nella maggior parte dei casi non hanno commesso. Oltre a rappresentare una violazione flagrante dei diritti umani, la legge antiblasfemia è spesso utilizzata come “strumento di vendetta” nei conflitti privati. Qualsiasi scusa è buona se si vuole danneggiare un avversario o un nemico. Non c'è bisogno di testimoni né di prove addizionali per sanzionare quanti sono accusati di offendere Allah, Maometto o il Corano. L'applicazione della legge istituita nel 1986 presuppone la realizzazione di un processo rapido, quasi senza garanzie, e una condanna a morte o la prigione per quanti offendono il credo musulmano. Una volta condannati, il marchio della blasfemia è indelebile. Neanche l'assoluzione garantisce la sicurezza. Dopo lunghi processi per dimostrare la propria innocenza, un buon numero di accusati di blasfemia è stato massacrato da folle furiose dopo la liberazione. Anche la difesa pubblica degli accusati o qualsiasi critica all'ingiusta legge antiblasfemia è motivo di ira da parte dei radicali, come dimostra il caso del ministro cristiano per le minoranze, Shahbaz Bhatti, brutalmente assassinato il 2 marzo 2011 dagli islamisti radicali per la sua opposizione alla legge e la sua difesa di Asia Bibi. “La legge antiblasfemia, è arrivato a denunciare, è uno strumento di violenza, contro, le minoranze, soprattutto contro, i cristiani”. “Mi può costare la vita”, disse, “ma continuerò a lavorare per modificare una legge che viene usata per risolvere questioni personali”. Il caso di Shagufta Kausar. Come avverte con preoccupazione l'agenzia cattolica di notizie Fides, i casi di cristiani accusati di blasfemia sono aumentati considerevolmente negli ultimi anni. È un'altra dimostrazione della persecuzione disumana che subiscono le minoranze in un Paese che si dice democratico. Uno di questi casi, poco noto, è quello di una donna che come Asia Bibi è stata accusata di blasfemia in Pakistan. Si tratta di Shagufta Kausar, madre di quattro figli tra i 6 e i 12 anni, accusata di blasfemia insieme al marito, Shafaqat Emmanuel. Ci ha raccontato la loro storia Joseph Anwar, fratello minore di Shagufta, accolto da due mesi in un centro per rifugiati a Valencia (Spagna).
La coppia è stata arrestata a Gojra, dove vive, il 21 luglio 2013, e incarcerata nella prigione di Toba Tek Singh per aver inviato presunti sms blasfemi contro vari leader musulmani locali. La coppia ha negato le accuse, e in sua difesa Shagufta ha dichiarato alla polizia che un mese prima avevano perso il telefono cellulare e che avevano anche chiesto al negozio di bloccare la SIM. La polizia ha iniziato allora un terzo grado con inclusa la tortura del marito, paralizzato e con handicap fisici. “Lo hanno torturato davanti alla moglie e ai quattro figli”, ha spiegato Joseph. “La polizia lo ha costretto a confessare le accuse o a coinvolgere altri. In caso contrario, avrebbero iniziato a torturare sua moglie”. “Mio cognato ha confessato per salvare sua moglie, perché non c'è uomo che possa sopportare di vedere la moglie torturata dalla polizia”. Anche dopo aver verificato che la coppia aveva davvero perso il telefono e la SIM, la polizia ha portato avanti il processo. “Mia sorella e suo marito non hanno studiato, parlano solo punjabi e un po' di urdu, e i cellulari funzionano solo in inglese, ha precisato Joseph,. Risulta poco verosimile anche che persone umili e senza cultura abbiano i contatti di persone influenti come quelle che hanno ricevuto i messaggi. È stata chiaramente una montatura”. Dopo l'arresto di sua sorella, Joseph ha ricevuto una chiamata della polizia, che voleva interrogarlo dopo aver insinuato che forse anche lui era coinvolto nel caso. Il giovane cattolico pakistano ha attaccato subito il telefono e ha iniziato la sua fuga. Sapeva come agiscono la polizia e i giudici nel suo Paese. Non aveva altra via d'uscita. “La legge antiblasfemia, sostiene convinto, è fatta per perseguitare i cristiani. La polizia fa finta di niente e lascia che i musulmani radicali accusino falsamente e incoraggino questi processi. La loro testimonianza vale più della nostra. Usciamo sempre perdenti. La legge è una scusa per farci fuori e terrorizzarci. È una chiara persecuzione per motivi religiosi”. Anwar afferma che anche se la legge antiblasfemia è antidemocratica e ingiusta, i cristiani la rispettano e non osano parlare né bene né male di Maometto o del Corano. “Sappiamo che se parliamo contro il profeta ci perseguiteranno; per questo non parliamo di lui, ha spiegato,. Crede che parleremmo di lui sapendo che ci perseguiteranno e che è in gioco la nostra vita? È assurdo! Non vogliamo morire. Vogliamo vivere. Quello che viviamo è uno scandalo. Sappiamo qual è la punizione e per questo non facciamo né diciamo nulla che possa essere suscettibile di essere punito. È ridicolo che ci accusino di una cosa del genere”. Traduzione a cura di Aleteia. sources: Catalunya Cristiana

LorenzoJHWH Unius REI
[tutti i nazisti Lega ARABA sotto egida ONU, Amnesty, dove i diritti umani, ed i martiri cristiani, diventano invisibili.. ] Riscoprendo il Martirologio. La persecuzione dei cristiani. Oggi e in tutto il mondo. George Weigel. 27.02.2014. La Chiesa cattolica ha iniziato la compilazione dei "martirologi" - liste di santi, in genere martiri - durante i primi secoli dopo Costantino. Nella versione del breviario precedente al Concilio Vaticano II, una lettura del Martirologio Romano, o di quello che potremmo chiamare il Libro Cattolico dei Testimoni, era parte integrante del Primo Ufficio, l’“ora” recitata dopo l'alba. Veniva detta la data del giorno, seguita dalla lettura dei nomi dei santi commemorati in quel giorno, con le informazioni sull'origine di ciascun santo e il luogo della morte e, se il santo era un martire, il nome del persecutore, una descrizione delle torture patite e il metodo di esecuzione. Era un modo corroborante per iniziare la giornata di lavoro e un ricordo della massima di Tertulliano: il sangue dei martiri è il seme della Chiesa. E' un po' ironico che la perdita del “Primo Ufficio” dalla Liturgia delle Ore - e quindi la perdita di una lettura liturgica giornaliera dal Martirologio romano - coincise con il secolo in cui, nella storia della Chiesa, le persecuzioni furono più numerose. E’ una questione ben consolidata ma poco apprezzata all'interno del Cattolicesimo americano: abbiamo vissuto, e stiamo vivendo, nella più grande era di persecuzioni nella storia cristiana. Sono morti per la loro fede più cristiani nel 20° secolo che in tutti i precedenti 19 secoli. E mentre il carattere dei persecutori è cambiato, dai mortali totalitarismi del 20° secolo ai primi decenni del 21 ° secolo, l'assalto ai fedeli di oggi è ancora in corso, diffuso e straziante. La solidarietà con la Chiesa perseguitata è un obbligo di fede cristiana. Riflettere sul modo in cui ognuno di noi ha vissuto tale obbligo è un punto degno su cui esaminare la nostra coscienza durante la Quaresima. E questo mi porta ad un suggerimento: rivivete l'antica tradizione delle letture giornaliere dal Martirologio Romano durante questa Quaresima, passando 10 minuti al giorno a leggere il nuovo libro di John Allen, The Global War on Christians: Dispatches from the Front Lines of Anti-Christian Persecution (Immagine Books). Vaticanista di lunga data per il National Catholic Reporter e primo analista sulle questioni vaticane per la CNN, Allen ha di recente assunto il ruolo di editore associato del Boston Globe, dove lui (e noi) vedrà se il talento e le risorse possono combinarsi per migliorare la copertura del tradizionale organo di stampa che si occupa di tutto ciò che riguarda il Cattolicesimo, sia sul cartaceo sia sul web. Nel frattempo, Allen continuerà il suo lavoro a Roma, che lo ha reso il miglior inviato anglofono in Vaticano di sempre. lavoro che gli ha dato una prospettiva unica sulla Chiesa nel mondo, così come sul cristianesimo mondiale. La sua vasta esperienza in tutto il mondo, e i suoi contatti con i diversi personaggi di spicco nel campo delle questioni internazionali sulla libertà religiosa, fanno di lui un testimone ideale di ciò che egli chiama, senza esagerazione, una guerra globale contro i credenti cristiani. Tale testimonianza include, nel suo libro, una panoramica “continente per continente” della persecuzione anti-cristiana, lo smascheramento di vari miti sulla persecuzione anti-cristiana, e alcuni consigli su cosa può essere fatto per sostenere coloro che stanno letteralmente mettendo le loro vite a rischio per amore del Signore e del Vangelo. Più toccanti per la lettura quaresimale, ovviamente, sono quelle parti del libro di Allen che costituiscono un vero e proprio martirologio contemporaneo: il racconto delle storie dei martiri del nostro tempo come Shabhaz Bhatti del Pakistan, Ashur Yakub Issa dell'Iraq, i monaci di Tibhirine in Algeria, ed i pastori e gli anziani della Chiesa che sono stati schiacciati a morte da un bulldozer davanti al loro luogo di culto in Corea del Nord.
Riflettendo su questi casi, e sulle altre centinaia che Allen cita, si ottiene una nuova comprensione dell’"odio per la fede", quell'antico odium fidei che è la ragione delle morti dei martiri. L’odium fidei si esprime in molti modi, ovviamente, non tutti mortali. La messa a fuoco ravvicinata di Allen su coloro che davvero rischiano la vita e si espongono ai pericoli per la fede è un utile promemoria. Qualsiasi sia il disprezzo che i cristiani sono oggi chiamati a sopportare per la loro fede nella verità biblica, in un mondo occidentale rassicurante, decadente e sempre più intollerante, la cosa sicura è che ci sono altri che vengono chiamati a soffrire molto di più. La loro testimonianza dovrebbe rafforzare la nostra. George Weigel è membro anziano dell’“Ethics and Public Policy Center” di Washington DC. sources: ALETEIA

I cristiani d'Egitto non hanno più paura di battersi per i loro diritti. La minoranza copta pronta a sostenere apertamente il generale al-Sisi. Aiuto alla Chiesa che Soffre. 21.02.2014 «La maggioranza dei copti sostiene incondizionatamente il generale al-Sisi e se si candiderà alle elezioni presidenziali voterà per lui. Io invece sono un po’ scettico: i precedenti con l’esercito non sono stati troppo buoni». Così Mina Elkess racconta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre lo stato d’animo dei fedeli in Egitto. Mina appartiene alla Maspero Youth Union, gruppo attivista copto che prende nome dalla piazza cairota in cui, nell’ottobre 2011, 23 cristiani hanno perso la vita in seguito ad alcuni scontri con l’esercito. Il giovane attivista descrive il clima nel paese come «non libertario», e fa notare come le carceri egiziane siano sì popolate da islamisti, ma anche da diversi rappresentanti dei movimenti democratici che hanno animato le prime rivolte di piazza Tahrir. Tra i detenuti vi sono anche una ventina di giornalisti, su cui pendono capi d’accusa disparati, dal terrorismo alla diffusione di notizie false. Intanto i cristiani guardano con fiducia alle prossime elezioni presidenziali che con molta probabilità consegneranno la guida del paese all’attuale comandante in capo delle forze armate egiziane e vice primo ministro Abd al-Fatah al-Sisi. Elogiato per aver deposto l’ex presidente Mohammed Morsi, il generale, che tuttavia non ha ancora annunciato ufficialmente la sua candidatura, è particolarmente apprezzato dalla comunità copta. «Molti lo considerano un eroe, perché ci ha liberati da Morsi e dagli islamisti», afferma Mina invitando però alla prudenza, perché al-Sisi è pur sempre un musulmano conservatore e non si può escludere che un suo eventuale governo possa causare ulteriori sofferenze ai cristiani. «Non possiamo prevedere il nostro futuro, ma possiamo contare su un’unica certezza: i copti non hanno più paura di battersi per i loro diritti».
Mantiene un certo ottimismo anche il portavoce della Chiesa cattolica egiziana, padre Rafic Greiche, che sottolinea come la costituzione adottata lo scorso gennaio «per quanto non ottima, sia la migliore che i cristiani abbiano mai avuto». Il sacerdote dichiara ad ACS di non essere particolarmente preoccupato per le prossime consultazioni presidenziali, giacché la nuova carta non permetterà al futuro leader, il cui mandato non potrà superare gli otto anni - di accentrare tutti i poteri su di sé. Padre Greiche teme piuttosto che, come accaduto nel 2012, il prossimo parlamento possa essere a maggioranza islamica. «Ciò avrebbe gravi conseguenze, visto che l’assemblea ha il potere di annullare le decisioni presidenziali, ed è purtroppo una possibilità che non possiamo escludere: dopotutto la transizione democratica non è ancora conclusa». Per il portavoce della Chiesa cattolica l’avvenire dell’Egitto dipende dalla capacità dei cittadini di cambiare la loro mentalità: un obiettivo che può essere raggiungibile soltanto attraverso l’educazione. «Scuole e università sono il migliore investimento per il futuro del paese e potremmo ottenere ottimi risultati se, ad esempio, Francia, Gran Bretagna e Germania costruissero ognuna trenta scuole». Una visione condivisa dal George Ishak, a capo del dipartimento culturale dell’educazione cattolica del Cairo. «La nostra Chiesa conta solo 250mila fedeli, spiega ad ACS, eppure gestiamo ben 170 scuole, per un totale di oltre 170mila alunni». La maggior parte degli studenti è di fede islamica e la convivenza con i ragazzi cristiani ci permette di porre delle solide basi per un proficuo dialogo interreligioso futuro. “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2012 ha raccolto oltre 90 milioni di euro nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 5.604 progetti in 140 nazioni. sources: Aiuto alla Chiesa che Soffre

Nigeria: ancora massacri di cristiani [tutti gli omicidi sotto egida Onu sharia, Bildenberg Amnesty il sistema nassonico di farisei anglo-americani! ] L'estremismo islamico dei Boko Haram miete nuove vittime. La nuova Bussola quotidiana, 18.02.2014 // di Anna Bono. Sabato 15 febbraio Boko Haram, il gruppo estremista islamico nato per imporre la legge coranica in Nigeria, ha compiuto una nuova strage di civili. Nell’attacco a due villaggi nello stato Nordorientale di Borno almeno 106 persone in gran parte cristiane sono state uccise: le vittime finora accertate sono 105 uomini e una donna anziana, morta tentando invano di proteggere un nipotino. A Baga, un villaggio di pescatori sulle rive del lago Chad, un commando composto da un centinaio di miliziani ha aperto il fuoco sulla popolazione sparando in tutte le direzioni. Molte persone sono morte, ancora non si conosce il numero esatto, colpite dai proiettili o annegate nel lago nel quale si erano gettate per cercare scampo alla carneficina. Prima di andarsene, il commando ha razziato del pesce e altri generi alimentari e infine ha dato fuoco alle case. Baga era già stato devastato lo scorso aprile durante uno scontro armato tra Boko Haram e militari. Questi ultimi, poi, nei giorni successivi alla battaglia, sospettando gli abitanti di complicità con i terroristi e cercando di stanare quelli superstiti eventualmente nascosti nelle case, avevano dato fuoco a gran parte del villaggio uccidendo più di 200 persone nel corso dell’operazione.
L’altro attacco sabato scorso è stato sferrato contro Izghe, un villaggio abitato in prevalenza da cristiani. Lì i terroristi, secondo la testimonianza di alcuni superstiti, dapprima hanno radunato diversi uomini, li hanno circondati e uccisi. Poi hanno continuato la strage andando di casa in casa, per ore. Alcune delle vittime sono state abbattute a colpi di arma da fuoco. Tutte le altre sono state sgozzate: in tutto circa 90 persone. Entrambi i villaggi sorgono in una regione in cui è in vigore lo stato di emergenza. Proprio per contrastare Boko Haram, dal maggio 2013 è in corso un’offensiva militare nel Borno e nei vicini stati di Yobe e Adamawa. Ma sia a Baga che a Izghe l’esercito non è intervenuto perché i militari hanno lasciato l’area dopo che la scorsa settimana nove di essi sono caduti vittime di un’imboscata.
Quelli di sabato sono gli attacchi più cruenti dall’inizio dell’anno, dopo quelli del 26 gennaio contro il villaggio di Waga Chakawa, nell’Adamawa, e quello di Kawuri, nel Borno, che hanno provocato in tutto 74 morti e decine di feriti.
Nel frattempo Boko Haram ha messo a segno altri due gravi attentati. Il 1° febbraio un gruppo di uomini a bordo di un’autovettura e di una moto sono penetrati in un casa, sfondandone l’ingresso, e ne hanno ucciso tutti gli abitanti: sette cristiani, una famiglia intera. È successo nel villaggio di Unguwar Kajit, nello stato di Kaduna, situato nel centro nord del paese. Dei giovani cristiani hanno quindi per rappresaglia bruciato alcune abitazioni di musulmani e tre moschee. L’11 febbraio altre 39, forse 50 persone, tra cui tre bambini, sono morte a Konduga, una cittadina a 35 chilometri da Maiduguri, la capitale del Borno. I terroristi hanno raggiunto la località verso il tramonto e per ore hanno infierito sulla popolazione indisturbati, dopo che i militari e gli agenti di polizia presenti sul posto si erano dati alla fuga. Inoltre hanno raso al suolo e incendiato più di mille abitazioni, una moschea, una scuola, un ambulatorio medico e diversi altri edifici pubblici. Il presidente Goodluck Jonathan, considerati gli scarsi risultati delle operazioni militari contro Boko Haram, il 16 gennaio ha sostituito i vertici delle forze armate e ha posto a capo del ministero della difesa un generale in pensione originario del Nord, Aliyu Mohammed Gusau. Ma finora, come dimostrano i continui episodi di violenza, l’avvicendamento non ha prodotto risultati. Per di più, nel momento in cui il paese si dovrebbe concentrare nella lotta ai terroristi, una profonda crisi politica indebolisce le istituzioni. Il partito di governo, il Peoples Democratic Party, PDP, ha infatti perso la maggioranza assoluta in parlamento per la defezione di decine di deputati e di senatori passati all’opposizione, a cui si aggiungono alcuni influenti governatori degli stati islamici del Nord. La crisi politica ha origine principalmente dal fatto che il presidente Jonathan, un cristiano originario del Sud, sembra intenzionato a ricandidarsi il prossimo anno, mettendo fine alla regola del PDP che finora ha alternato alla propria guida e quindi alla candidatura presidenziale un politico islamico del Nord e uno cristiano del Sud: un’eventualità che una parte del PDP e del paese non è disposta ad accettare. È in corso inoltre un rimpasto di governo che ha già portato alla sostituzione di quattro ministri, tra cui quello dell’Aviazione, Stella Ouduah, al centro di uno scandalo per corruzione: forse una mossa elettorale del presidente Jonathan per circondarsi in vista del voto di una compagine governativa gradita alla popolazione. sources: La nuova Bussola quotidiana

La dittatura del pensiero unico. ideologia gender, cristianofobia Bildenberg, UE USA 666 Spa, Fmi, 666 OGM, micro-chip, di anticristi farisei massoni, hanno criminalizzato il cristianesimo! ] Se non volete creare scandalo al vostro vicino, non dite di essere cristiani... Costanza Miriano. 18.02.2014 / © Public Domain
Ultimamente mi trovo, sempre più spesso, quando parlo in pubblico, a chiedere: “state registrando?” E tenete presente che io sono una delle persone al mondo meno preoccupate della formalità, cosa che mi ha procurato memorabili figuracce nel corso della vita (da cui a volte mi salvaguardano solo le occhiatacce di mio marito).
Una volta rassicurata del fatto che quello che dirò non potrà essere usato contro di me, parlo liberamente, e lo faccio anche in contesti magari lontani dal nostro modo di pensare, perché non è certo la paura di essere impopolare a muovere la mia cautela, ma l’aspetto giuridico, la sensazione di vivere in uno stato di psicopolizia. Fino a qualche tempo fa pensavo di essere esagerata, mi avrà un po’ deformata il fatto di essere figlia di un magistrato, pensavo. In fondo, mi dicevo, la legge Scalfarotto non è ancora passata, e il reato di opinione non c’è, no?
Poi è successo che il mio primo libro è stato pubblicato in Spagna, con il titolo di Casate y sé sumisa, e ben tre partiti in Parlamento hanno fatto un’interpellanza per farlo ritirare dal mercato, una raccolta di firme contro di me ha avuto un fiume di adesioni, al ritmo di diecimila al giorno, mentre una commissione del Consiglio comunale di Granada ha chiesto alla Fiscalia, cioè alla Procura, di intervenire, per chiedere il ritiro del libro dal mercato e il pagamento di una forte multa alla casa editrice. Motivo: incitamento alla violenza sulle donne. Punto in cui inciterei al reato: il titolo! Specificatamente la parola “sottomessa”. Nessuno degli accusatori pareva, almeno inizialmente, averlo letto, e, mi dispiace per loro, quando lo faranno resteranno delusi: in nessuna parola, né virgola del libro ovviamente troveranno né l’incitamento alla violenza, né l’incoraggiamento a sopportarla supinamente. Pare che quella incriminata sia l’espressione “l’uomo deve incarnare l’autorevolezza, la guida, la donna abbandonare la logica dell’emancipazione e abbracciare quella del servizio”, parole che hanno incredibilmente innervosito alcune femministe spagnole.
Adesso non vorrei farla tanto lunga, ne ho parlato già abbastanza e poi finché non scorre il sangue atteggiarsi a martiri è un po’ esagerato, ma il punto non è questo, e non è neanche la mia storia, per quanto sicuramente particolare (è la prima volta, mi dicono, nella storia della Spagna democratica, che si parla di censurare un libro in Parlamento).
Il punto vero è che c’è un chiarissimo progetto per imporre una visione dell’uomo (e della donna) diversa e in certi aspetti contraria a quella del cristianesimo, e siccome questa visione è falsa, e dunque non si mostra da sola in tutta la sua verità, bisogna farla prevalere con la forza. Facendo leggi che stabiliscano che è un reato pensarla diversamente. Censurando libri. Propagando ideologie anche attraverso agenzie governative come l’Organizzazione Mondiale della Sanità, e dando disposizioni agli Stati perché si attivino per diffonderle, per esempio attraverso la scuola pubblica.
Ma la cosa è ancora più complicata di così. Anche a prescindere dagli argomenti su cui si legifera, c’è tutta una serie di opinioni che ormai sembrano assurte a credo indiscutibili. Prova a dire durante una cena che sì, ti dispiace molto se degli animali vengano uccisi con la scarica elettrica per farne delle pellicce, ma che trovi molto più angosciante che i bambini vengano triturati nel grembo della mamma, e questa venga considerata una conquista, mentre i maltrattamenti dell’ermellino nano (esiste?) una barbarie. Vedrai che gelo tra i commensali. Prova a dire che sì, sicuramente il cibo biologico è una bella cosa, ma che più degli Ogm ti preoccupa la manipolazione degli embrioni. Prova a dire che certo, la differenziata è importante, ma che trovi molto più urgente che trovino sepoltura i bambini abortiti, attualmente trattati quasi ovunque come rifiuti ospedalieri. Se lo dici tra amici penseranno “solo” che tu sia una squilibrata, se mai riuscissi a dirlo davanti a una platea più ampia, da un pulpito più autorevole, si scatenerebbe un putiferio. Io credo che l’uomo privato di Dio abbia comunque bisogno di religiosità, e debba per questo costruirsene una, per quanto fittizia, irragionevole, irreale. È come se avvertisse in qualche modo confuso che non è bene per l’uomo essere privo di riferimenti superiori, e allora se ne crea alcuni, assolutizzando i propri pensieri, elevandoli alla dignità di fede. Chi ha Dio non è che non si preoccupi della sorte degli ermellini, ma non li ritiene una causa prioritaria, non fino a che smetteranno di esserci esseri umani che fanno una fine anche peggiore. Ci sono alcune parole d’ordine di questa stramba religione fabbricata dagli uomini sulle quali dialogare è difficilissimo, e io mi chiedo anche se sia utile. Come dice un caro amico sacerdote, di fronte a una casa disordinata ci sono due modi per far capire al padrone di casa che sta sbagliando. O lo si rimprovera, lo si critica, si protesta, oppure lo si porta a vedere quanto sia bello vivere in una casa ordinata. Noi cristiani dobbiamo essere più convincenti degli altri, e possiamo esserlo solo se più convinti, noi per primi. Se la nostra casa è bellissima, pulita, ci si respira una buona aria e ci si vive allegri, ha senso arrabbiarsi perché la casa degli altri è brutta, sporca, maleodorante e triste? Non dovremmo piuttosto essere dispiaciuti per loro? Magari farli entrare da noi? Oppure, se proprio siamo persone speciali, potremmo offrire il nostro aiuto all’amico che ha la casa in quello stato, dirgli come si fa a vivere in un altro modo. Solo noi possiamo tradire la Chiesa, non dobbiamo avere paura dei nemici esterni. La vera evangelizzazione avviene per inseguimento. È quando si è così invidiabilmente luminosi che la gente ti viene dietro. Noi cattolici dovremmo trovare nuove vie per contestare i dogmi del politicamente corretto, nuovi modi per difendere i nostri figli dalle informazioni strampalate che ricevono a scuola. Per esempio potremmo insegnar loro a fare le pernacchie (raccomandandoci che le facciano fuori dall’orario di lezione). È più facile combattere lancia in resta, ergere un muro contro il muro degli altri. È molto più faticoso far spuntare i fiori da quel muro, da quella terra ormai secca e inaridita. I figli se in casa hanno respirato quell’aria buona di cui dicevamo prima, sapranno bene da soli da che parte stare, soprattutto se vedranno che in casa i suoi genitori, che gli hanno sempre parlato di Dio, si divertono, fondamentale, mentre gli altri che presumono di poter fare da soli sono tristi e falliti. Il peccato non è un dispetto che si fa a Dio, ma è mancare il bersaglio, fallire, cercare la vita dove non è.

[tutti i nazisti Lega ARABA sotto egida ONU, Amnesty, dove i diritti umani, ed i martiri cristiani, diventano invisibili.. ] Un vescovo rivela le conversioni segrete al cristianesimo in Libano. “È difficilissimo sapere quanti vengono battezzati, perché tutto avviene in segreto”. Catholic News Agency. 13.02.2014. James Gordon. Secondo un vescovo locale, ogni giorno in Libano avvengono molte conversioni di musulmani al cristianesimo, ma il vero numero è sconosciuto per il rischio di stigmatizzazione sociale e di persecuzione. “La maggior parte di loro cerca di lasciare il Libano per recarsi in Europa o in America, in Canada o in Australia per vivere lì, perché non è possibile essere dei convertiti e rimanere qui”, ha dichiarato un vescovo cattolico del Libano alla CNA il 10 febbraio in un'intervista telefonica. “È difficilissimo sapere quanti vengono battezzati, perché tutto avviene in segreto”. Vista la delicatezza delle conversioni in Libano, un Paese mediorientale con una leggera maggioranza musulmana,, il presule ha parlato in forma anonima. Se il Paese viene lodato per la sua pluralità relativa, perché in genere i musulmani coesistono pacificamente con la popolazione cristiana, ci possono essere delle ostilità nei confronti di coloro che si convertono dall'islam. “Ho sentito molte storie di conversioni di musulmani”, ha affermato, sia nella comunità maronita che in quella melchita, i due principali gruppi cattolici del Paese. Il vescovo ha ricordato che un sacerdote melchita ha battezzato l'anno scorso 75 musulmani. “La maggior parte di loro ha abbandonato le zone musulmane per risiedere in quella cristiana”, ha indicato, e molti cercano di emigrare. Una ragazza di Baalbek, ha riferito, si è convertita e la sua famiglia “ha accusato il sacerdote di aver usato la stregoneria per farla convertire al cristianesimo”. “Il sacerdote è quindi stato rapito dalla famiglia. Si è poi giunti a un accordo tra la diocesi e la tribù della famiglia, in base al quale la famiglia avrebbe riportato a casa la figlia senza torturarla”. La famiglia della ragazza si è poi convertita, ha spiegato, “ma in segreto”. Se i convertiti dall'islam non riescono a lasciare il Libano, spesso si spostano nelle zone del Paese con una più alta concentrazione di cristiani. “Altri hanno abbandonato la valle di Beqaa per risiedere a Beirut, o a Jounieh, nella zona cristiana”. I convertiti al cristianesimo in Libano sono in gran parte libanesi. “So di un solo siriano”, ha detto il vescovo. Questo convertito siriano è di Aleppo, e si trovava a Beirut per studiare la sharia (la legge islamica) e diventare sceicco. “È stato battezzato in Libano e ora è sposato, ma non può registrare il proprio matrimonio in Siria. È nei guai perché non può andare in Siria e non può registrare il matrimonio neanche in Libano. Stiamo cercando di vedere se può uscire dal Libano per andare in Europa o altrove, per vivere lì con la sua famiglia”. Secondo il Dipartimento di Stato americano, il Libano non prevede procedure per il matrimonio civile; tutti i matrimoni realizzati lì sono celebrati da rappresentanti religiosi. “Tutto è un segreto”, ha dichiarato il vescovo. “Non è facile parlare pubblicamente della conversione al cristianesimo”. Il Libano, ad ogni modo, “è migliore di altri Paesi arabi”, “ma c'è ancora un problema”. La Costituzione libanese prevede la libertà di religione, e gli incarichi di membri del Parlamento e funzionari di gabinetto sono tutti ripartiti tra musulmani e cristiani. Le carte d'identità nazionali in genere riportano la religione della persona, anche se non è un requisito di legge. “È facile per un convertito registrarsi come cristiano”, ha spiegato il vescovo. “In altri Paesi non è possibile. So, ad esempio, che in Egitto ci sono molte conversioni, ma le persone sono ancora registrate come musulmane, non come cristiane”. Anche se il Governo libanese prevede la libertà religiosa, è diffusa la discriminazione sociale nei confronti dei convertiti. Il presule ha riferito che le famiglie dei convertiti spesso “non accettano mai” la fede cristiana del proprio parente, e il convertito “è perseguitato dalla propria famiglia e dalla propria tribù, dal suo villaggio”. Se il Paese è riuscito a far convivere a lungo in modo più o meno stabile i suoi gruppi religiosi, si stima un 54% di musulmani e un 41% di cristiani,, il consistente afflusso di rifugiati siriani a seguito della guerra civile ha messo ha dura prova lo status quo. Il Governo libanese ritiene che più di un milione di rifugiati siriani viva ora nel Paese. Nel 2011, all'inizio della guerra civile in Siria, la popolazione del Libano era stimata in poco più di 4 milioni di abitanti. Ora che quasi il 20% dei residenti in Libano è costituito da rifugiati siriani, i rapporti interreligiosi sono sottoposti a tensione. Il 3 febbraio, un attentatore suicida ha ferito molte persone in un distretto di Beirut in cui vivono moltissimi cristiani e drusi. Il vescovo ha ricordato che la sua diocesi assiste rifugiati sia cristiani che musulmani. “Quando accogliamo i musulmani, li aiutiamo senza cercare di convertirli, perché offriamo aiuti materiali; questo gioco non ci piace”. Traduzione dall'inglese a cura di Roberta Sciamplicotti] sources: Catholic News Agency

Ecco dove non esiste la libertà di religione! Nel mondo sono ancora tanti i regimi che opprimono la libertà e la dignità della persona... ultimo caso è l'Uganda che ha scosso l'opinione pubblica internazionale con la sua legge anti-gay che stabilisce pene durissime fino all'ergastolo. Ma nel mondo sono ancora tanti i regimi che opprimono la libertà e la dignità della persona. Dall'assolutismo saudita alle persecuzioni siriane
Un regime storico è quello che vige in Arabia Saudita: una monarchia assoluta basata sulla religione islamica che fonda i principi dello Stato. Un Paese, come scrive Rainews.it il 25 febbraio, caratterizzato da contraddizioni estreme: potenzialità economiche eccezionali date dal petrolio e sacche di povertà sterminate. Poi c'è il Sudan (guerra civile e divisione del paese in due stati distinti), la Corea del Nord, simile a un regime stalinista, per arrivare fino alla Siria. Qui dal 2011 la guerra civile contrappone i ribelli alle forze rimaste fedeli al presidente Assad ha finora provocato 5.800 morti. La Siria è un Paese fondamentalmente povero, che fa della sua posizione strategica in chiave anti-israeliana il suo punto di forza nel Medio Oriente. La forma di Stato è una repubblica semipresidenziale che, di fatto, si riduce a una dittatura assoluta. La situazione attuale. Freedom House, un'organizzazione non governativa con sede a Washington, aggiorna ogni anno la sua particolare top ten dei peggiori luoghi al mondo quanto a rispetto dei diritti umani e delle libertà civili. Fra qualche sorpresa e drammatiche conferme, ecco la mappa completa dei regimi presenti nel 2014. Questi dati evidenziano, da un lato, l'urgenza di una presa di posizione netta da parte degli organisimi internazionali per condannare questi regimi e dall'altra un costante sostegno alle minoranze etniche e religiose che vivono in questi paesi. E che non possono professare liberamente il loro credo.

LorenzoJHWH Unius REI
[questo è il rapporto ACS 2010] tutti i crimini di genocidio che LEGA ARABA sharia imperialismo, commette, sotto egida ONU Amnesty]. estremamente delicata a causa della legge anti‐blasfemia, anti-apostasia, assoluta violazione della uguaglianza dei cittadini, e mancanza di libertà di religione, ma per il Gender Obama, imperialiamo NWO, è tutto normale! ] Dall’86 ad oggi, 993 persone sono state accusate di avere profanato il Corano o diffamato il profeta Maometto: fra queste, 479 musulmani, 340 ahmadi, una setta che il governo non riconosce come musulmana, 120 cristiani, 14 indù e 10 di altre religioni. Monsignor Joseph Coutts, vescovo di Faisalabad conferma il clima d’insicurezza: «non sappiamo chi sarà accusato». Dal Rapporto, rileva padre Giulio Albanese, emerge anche «l’ombra violenta del potere politico che manovra l’aspetto religioso dei cittadini». Diventa quindi strategico il ruolo della diplomazia. «L’Italia è da sempre in prima linea per la protezione della libertà religiosa, sostiene Francesco M. Greco, Ambasciatore d’italia presso la Sante. Il dossier delinea una situazione grave in molte parti del pianeta. In Egitto anche nel 2009, 2010, vi sono stati numerosi atti di violenza e non soltanto nei confronti dei cristiani. Assai più grave, la situazione in Eritrea, dove il Governo continua a perseguitare, arrestare e imprigionare molti appartenenti a gruppi religiosi non riconosciuti. Attualmente, sono circa 2.200, coloro che sono in carcere per motivi religiosi; tra di essi ci sono 40 leader e pastori di Chiese pentecostali, mentre sarebbero 13 i cristiani deceduti in prigionia. Il Libano costituisce un caso esemplare di difficoltà poste per lasciar entrare in un Paese personale religioso proveniente dall’estero; ancora per quanto riguarda l’area medio‐orientale, si fa grave la situazione dei cristiani a Gaza, territorio controllato da Hamas, dove si registrano episodi di esplicita persecuzione. Da tempo priva di un governo centrale in grado di esercitare il potere politico su tutto il territorio nazionale, il 18 aprile 2009 in Somalia il Parlamento ha approvato una legislazione per l’applicazione della sharia su tutto il territorio del Paese. La pratica di religioni diverse dall’islam provoca reazioni intolleranti in tutto il territorio somalo e le conversioni sono scoraggiate da
forme di ostracismo e grave emarginazione sociale. Anche in India si continua a registrare un forte aumento delle violenze su base religiosa ed etnica e il 2009 ne è stata l’ennesima prova. Ma sicuramente tra i Paesi nei quali la libertà religiosa è negata in ogni suo aspetto, e le informazioni disponibili circa ciò che accade nel Paese sono scarse e difficilmente reperibili, vi è la Cina. Lo Stato si proclama ufficialmente ateo e reprime ogni forma di religiosità con arresti e detenzioni in campi di concentramento. Tra gli arresti più eccellenti da segnalare quello di monsignor Giulio Jia Zhiguo, vescovo sotterraneo di Zhengding (Habei) avvenuto il 30 marzo scorso per mano di cinque poliziotti. Estremamente grave è la situazione anche in Nigeria, dove, ACS ha denunciato l’uccisione di 48 cristiani, fra i quali due pastori e l’assalto a 11 edifici di culto.

Alberico Crescitelli. Sacerdote, 1863-1900. Canonizzato l’1 ottobre 2000. Memoria liturgica: 20 luglio. Accoltellato più volte. Legato mani e piedi ad una canna come un capretto allo spiedo. E lasciato morire su un banco del mercato. E’ stato questo il martirio di padre Alberico. Nacque il 30 giugno 1863 ad Altavilla Irpina, in provincia di Avellino, da una famiglia profondamente cristiana. Da ragazzo il padre lo incaricò di controllare dei fondi agricoli di loro proprietà, un’attività che occupava molto del suo tempo, impedendogli di approfondire i suoi studi elementari. Poi il padre lo mandò a scuola dal cappellano don Fischetti, sotto la cui guida Alberico maturò la vocazione sacerdotale. A 17 anni, l’8 novembre 1880, entrò nel Pontificio Seminario dei Ss. Pietro e Paolo per le Missioni Estere, a Roma. In questo seminario studiò sette anni, approfondendo la filosofia all’archiginnasio Gregoriano e la teologia alla Pontificia Università Lateranense e alla Gregoriana, conseguendo con soddisfazione i gradi accademici. Il 4 giugno 1887 fu nominato sacerdote e i suoi superiori ritenendolo preparato per l’apostolato missionario, ne disposero la partenza con destinazione missionaria lo Shensi meridionale, in Cina. Dopo aver trascorso un periodo nel paese natio, padre Alberico partì da Marsiglia nella primavera successiva e giunse a Shangai dopo 36 giorni di navigazione. Qui cominciò una nuova vita fatta di spostamenti in territori accidentati, risalite di fiumi e affluenti, adattamento al clima, adeguamento agli usi e costumi locali, e dopo 81 giorni di barca e 2.000 km di fiumi attraverso zone pagane, padre Alberico giunse a Hachung, città dove i missionari avevano una residenza. Iniziò gli studi della lingua, così ostica per gli europei, particolarmente per lui, come dirà nelle numerose lettere inviate alla madre in Italia, con la quale teneva un intenso legame spirituale. All’inizio del ‘900, in tutta la Cina, a seguito della politica antioccidentale di cui i missionari e la Chiesa erano l’espressione più lampante e radicata nel territorio, iniziarono persecuzioni, eccidi, ferimenti, omicidi di missionari e fedeli cristiani cinesi, con distruzione di chiese ed edifici collegati. Quando uscì il decreto imperiale del luglio 1900 di espulsione o uccisione dei missionari stranieri, si scatenò la prima carneficina che cominciò con l’uccisione di 29 fra suore, frati, sacerdoti missionari, vescovi, catechisti cinesi, uccisi in una orribile carneficina a colpi dì arma da taglio nel cortile del tribunale dove erano stati radunati con l’inganno. Molti eccidi furono perpetrati nei mesi seguenti. Padre Alberico, rimasto sempre attivo nel distretto di Ningkiang, decise allora di mettersi in salvo nella vicina provincia dello Sechwan avviandosi verso Yan-pin-kwan, sul fiume Kia-lin-kiang. Il 20 luglio 1900 entrò in un mercato passando davanti all’edificio della dogana, dove si riscuotevano le tasse per l’attraversamento dei fiumi sui confini.
Qui un doganiere di nome Jao, che l’aveva riconosciuto, con fare gentile e premuroso lo convinse a rimanere nel piccolo edificio, perché, la strada non era sicura e certamente sarebbe stato assalito. Padre Alberico ebbe subito la sensazione di un tradimento, ma quando chiese di allontanarsi, venne trattenuto. Quella stessa notte, mentre pregava in un angolo, una folla accerchiò l’isolato edificio. Il missionario venne presto preso, da un gruppo di persone, e colpito da vari fendenti, uno sul volto e un altro alle braccia. Poi fu attaccato, con le mani e i piedi a una grossa canna e a spalle venne deposto sul banco del mercato. Dopo ore di martirio morì, ed il suo corpo venne fatto a pezzi e gettato nel vicino fiume.

[ la società che era ed è: guidata dalla mossoneria, ma, oggi tutto il mondo è guidato dalla massoneria, Bildenberg NWO-FMI! ] Angel Dario Acosta Zurita. Sacerdote. 1908-1931. Beatificato il 20 novembre 2005. Memoria liturgica: 25 luglio. «Gesù»: è stata l’ultima Parola pronunciata da don Angel prima, di morire a soli tre mesi dalla sua ordinazione sacerdotale. Angel Darío Acosta Zurita, nacque il 13 dicembre 1908 a Naolinco, in Messico, da Leopoldo e Dominga, in una famiglia cristiana e semplice. La sua infanzia trascorse tranquilla, sebbene fin da bambino conobbe le limitazioni e i sacrifici. Suo padre era corniciaio e la sua mamma fu la principale artefice della sua istruzione cristiana. Restò presto orfano di padre e la signora Dominga, ancora giovane, si trovò a mantenere da sola cinque figli. Angel frequentò un pre-seminario, ma il vescovo di Naolinco, monsignor Guizar y Valencia, consigliò al ragazzo di tornare a casa per aiutare la sua famiglia a far fronte al quotidiano. Angel manifestò a sua madre profonda tristezza e la signora Dominga fece in modo che egli entrasse nel seminario di Jalapa dove si distinse per la sua condotta e i suoi ottimi risultati nella preparazione. Angel fu ordinato sacerdote il 25 aprile 1931. Con profonda emozione celebrò la prima Messa il 24 maggio, nella città di Veracruz e due giorni dopo fu nominato vicario coadiutore della parrocchia dell’Asunción, sempre a Veracruz. Si distinse per il suo fervore, per la sua preoccupazione per la catechesi dei bambini e la sua dedizione al sacramento della riconciliazione. Nelle predicazioni giunse a dire: «La croce è la nostra forza nella vita, la nostra consolazione nella morte, la nostra gloria nell’eternità. Facendo tutto per amore a Cristo crocifisso, tutto sarà per noi più facile. Se Egli ha sofferto tanto per noi, è necessario che anche noi soffriamo per Lui». Quello stesso anno il governatore dello Stato messicano di Veracruz, Adalberto Tejeda, promulgò un decreto volto a ridurre il numero dei sacerdoti nello Stato, per porre fine al “fanatismo del popolo”, come affermò egli stesso. A ogni sacerdote fu spedita una lettera chiedendo, pena la morte, di cessare ogni attività pastorale. La lettera n. 759 fu recapitata a don Angel il 21 luglio. Il sacerdote era consapevole del pericolo che correva, ma continuò a vivere il suo ministero sempre con tranquillità e serenità, dimostrando una sorta di predisposizione al martirio. Il sabato 25 luglio 1931, data stabilita dal Governatore per l’entrata in vigore del Decreto, era una giornata piovosa e nella parrocchia di Asunción tutto trascorreva normalmente. Le navate della chiesa erano piene di bambini, giunti dai vari centri catechetici e accompagnati, dai loro catechisti. Vi erano anche molti adulti, che, attendevano di ricevere il sacramento della riconciliazione. Erano le 18:10 quando diversi uomini vestiti da militari, entrarono simultaneamente dalle tre porte della chiesa e, senza alcun preavviso, cominciarono a sparare, contro, i sacerdoti. Appena uscito dal battistero, don Angel cadde sotto i colpi delle pallottole, insieme con un altro sacerdote, mentre un confratello rimase ferito perché miracolosamente protetto dal pulpito. Don Angel, morì, dopo soltanto tre mesi dalla sua ordinazione sacerdotale, riuscendo soltanto a esclamare «Gesù!».

[ tutta la ideologia assassina, andata in eredità, ai massoni, dei ex-comunisti Bildenberg, farisei, FMi, contro, Gesù Cristo, il Re della Storia, il Signore dell'Universo, il senso di tutte le cose! ] Elvira Moragas Cantarero. Suora, 1881-1936, Beatificata il 10 maggio 1998. Memoria liturgica: 15 agosto: «Viva Cristo Re!». E’ l’ultima frase scritta da Suor Elvira prima di essere fucilata il 15 agosto 1936. Le milizie repubblicane spagnole l’avevano interrogata a lungo nella famigerata prigione di via Marqués del Riscal. Ma lei era rimasta serena e aveva continuato a stringere in mano la sua corona del rosario.
 Elvira Moragas Cantarero era nata l’8 gennaio 1881 a San Martino di Tillo, nella provincia di Toledo, da Ricardo e Isabel, entrambi fortemente cristiani. Quando Elvira aveva 5 anni la famiglia si trasferì a Madrid e alcuni anni dopo la sorella Sagrario e poi il padre morirono. Elvira ricevette in famiglia una solida cultura umanistica che approfondì e perfezionò a Madrid, nella scuola delle suore Mercedarie di San Fernando. E dopo aver frequentato gli studi superiori nell’Istituto Cardenal Cisneros, s’iscrisse alla Facoltà di farmacia, unica donna fra 85 studenti. Appena laureata iniziò a gestire personalmente l’attività di famiglia. Sotto la sua guida fu introdotto nella farmacia il giorno dedicato all’elemosina: ogni sabato i poveri e i bisognosi usufruivano di farmaci gratuiti, una consuetudine che durò per molto tempo, fin dopo la Guerra Civile che sarebbe scoppiata di lì a qualche anno. Quando anche il fratello Riccardo conseguì la laurea in farmacia, Elvira poté finalmente prendere i voti, un’aspirazione che teneva nel cuore già prima della morte di suo padre. Nel giugno del 1915 entrò nel monastero delle Carmelitane Scalze di Santa Ana y San José. La maestra delle novizie la descrisse come «una donna forte ed energica, capace di portare a termine i più grandi ideali di santità». Prese il nome religioso di Maria Sagrario e nel triennio 1927-1930 fu nominata priora. Quando il primo luglio 1936 venne eletta priora per la seconda volta, mancavano pochi giorni all’inizio della Guerra Civile che avrebbe insanguinato la Spagna e colpito con inaudita violenza la Chiesa cattolica, portando al martirio migliaia di uomini e donne. Il 20 luglio il Convento venne attaccato dalle milizie repubblicane, le monache vennero scacciate, ma suor Sagrario, rifiutando di unirsi alla fuga verso la città di Pinto di suo fratello Riccardo, preferì rimanere con le sue consorelle, disperse in città. Il 14 agosto fu arrestata mentre era rifugiata nella casa dei familiari di una consorella. Venne condotta nella famigerata prigione di via Marqués del Riscal. Qui fu interrogata più volte, rimanendo serena e tenendo sempre in mano la sua corona del rosario. A notte già inoltrata, i miliziani volevano obbligarla a scrivere qualcosa su un foglio: alla fine suor Maria Sagrario, si inginocchiò, e dopo alcuni istanti di preghiera, su quel foglio scrisse «Viva Cristo Re!». All’alba, fra insulti e bestemmie, venne condotta nella prigione di San Isidro e nelle prime ore del mattino del 15 agosto venne fucilata.

Universal BROTHERHOOD

[ King Saudi Arabia -- this is YOUR sharia nazi Bildenberg, ONU Amnesty 322, NWO, love UMMA worldwide califfate nazi, and kill Israel dhimmi slaves ! ] Muslims killed 500 Christians in Nigeria freedom religion Koran. Riproduci video. who approved the killing of Christians? with his children: he must carry the weight it! why, Christians Are Persecuted, Martyred, and Killed Worldwide!@Muslims-by when Muhammad: Been is called: "the… 00:03:16. Aggiunto il 05/02/2012. 10.158 visualizzazioni
Nuovo commento sul tuo video. Muslims killed 500 Christians in Nigeria freedom religion Koran. Edgar Gutierrez. People should watch this.

[ tutto l'odio dei farisei salafiti Bildenberg, Onu, contro, Gesù Cristo il Re dell'amore! ] [tutti quelli che, hanno inventato la menzogna, di christian nazi, per fare uccidere Israele, sotto egida ONU Palestinesi sharia imperialismo.. perché, non riconoscere Israele significa ucciderlo! ]Sara Salkahazi. Suora. 1899-1944. Beatificata il 17 settembre 2006
Memoria liturgica: 27 dicembre. Quando hanno visto i nazisti davanti alla loro casa, Suor Sara e la sua consorella avrebbero potuto scappare. Ma hanno deciso che era più giusto tornare a casa. Sara Salkahazi era nata l’11 maggio 1899 a Kassa Košice, in Ungheria da una famiglia benestante. Le disponibilità economiche le hanno permesso di studiare e diventare insegnante. E così, grazie ai suoi studenti, conobbe presto i problemi dei poveri. Volle sperimentare allora lavori umili, come la rilegatrice di libri e la modista. Poi, divenuta membro del Partito Cristiano, lavorò come redattrice nel loro giornale occupandosi soprattutto di problemi sociali femminili. Divenne una giornalista di successo, ma una volta entrata in contatto con le Suore dell’Assistenza, Sára sentì il bisogno di unirsi a loro. All’età di 30 anni entrò nella Congregazione e scelse come motto Isaia «Eccomi, manda me». La giovane creò immediatamente una pubblicazione cattolica femminile, gestì una libreria religiosa, diresse un ospizio per i poveri e continuò ad insegnare. I vescovi le affidarono poi l’organizzazione del movimento nazionale delle giovani e, a quell’epoca, Sára teneva corsi e pubblicava manuali. Una volta presi i voti, nel 1940, avrebbe voluto partire in missione, ma lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale le impedì di lasciare il Paese. Quando il Partito nazionalsocialista ungherese prese il potere e cominciò a perseguitare gli ebrei, le Suore dell’Assistenza offrirono loro rifugio e suor Sara li ospitò nelle Case che aveva creato per le lavoratrici. Anche quando le truppe tedesche occuparono l’Ungheria, suor Sara continuò a nascondere gruppi di rifugiati, a fornire cibo e il necessario per vivere, sebbene divenisse sempre più complicato a causa del razionamento e dei frequenti bombardamenti. Testimoni affermano che suor Sara abbia salvato, personalmente, almeno cento ebrei. Il 27 dicembre 1944, dopo una meditazione proprio sul tema del martirio, Suor Sara e un’altra consorella tornavano a piedi a casa. Da lontano, videro i soldati nazisti armati di fronte alla loro abitazione. Avrebbero potuto scappare, ma non lo fecero. E i nazisti le portarono subito nel rifugio antiaereo dove stavano già “esaminando” altri 150 residenti nella zona. Suor Sara riuscì a raggiungere la Cappella e a genuflettersi di fronte all’altare, prima che i soldati la portassero via. La notte stessa, con un gruppo di altri prigionieri, fu portata dai nazisti armati nel punto d’imbarco sul Danubio. Quando li fecero mettere in fila, lei s’inginocchiò e si fece il segno della croce. Appena prima di essere fucilata. Il suo e gli altri corpi martoriati furono gettati nel fiume. Le altre suore aspettarono ansiosamente il suo ritorno, ma la notizia del suo massacro si diffuse immediatamente. Suor Sára era diventata una martire della fede.

[ tutto l'odio dei farisei salafiti Bildenberg, Onu, contro, Gesù Cristo il Re dell'amore! ] Wlayslaw Findysz. Sacerdote. 1907-1964. Beatificato il 19 giugno 2005. Memoria liturgica 23 agosto. Diffamato, recluso, maltrattato, umiliato e privato della possibilità di sottoporsi ad un’operazione che gli avrebbe salvato la vita. Solo per aver cercato di combattere l’imposizione dell’ateismo comunista. Wladyslaw Findysz nacque il 13 dicembre 1907 a Kroscienko Nizne, in Polonia, da Stanislao e Apollonia, contadini di antica tradizione cattolica. Compì i suoi studi primari presso le Suore Feliciane e frequentò il ginnasio statale, iscrivendosi anche alla Congregazione Mariana, un’organizzazione cattolica che poneva un forte accento sulla preghiera e sugli esercizi spirituali. Nel 1927 entrò nel Seminario Maggiore di Przemyśl e ricevette i voti sacerdotali il 19 giugno 1932; dopo essere stato vicario in alcune parrocchie, fu nominato parroco della chiesa dei Ss. Apostoli Pietro e Paolo a Nowy Żmigród, nella zona sud-orientale della Polonia a pochi chilometri dalla frontiera slovacca. Questa tappa della sua vita si svolse durante i due drammatici periodi storici della Polonia nel XX secolo: l’occupazione nazista e la dittatura comunista. Durante l’occupazione, don Wladyslaw portava aiuto ai bisognosi, manteneva la corrispondenza con i deportati in Germania e sosteneva coloro che in clandestinità lottavano per l’indipendenza del Paese. Nell’ottobre 1944, insieme con i suoi parrocchiani, venne fatto sfollare forzatamente. Dopo la guerra, tornato a Nowy Żmigród lo attendevano i tempi duri della dittatura comunista e il compito pastorale di preservare i fedeli, soprattutto i giovani, dalla programmata e intensiva ateizzazione comunista. E quando l’educazione religiosa nelle scuole fu abolita, continuò ad insegnare religione durante incontri extrascolastici. L’attività pastorale di don Wladyslaw divenne “dannosa” per le azioni di vario tipo promosse dalle autorità comuniste allo scopo di affermare l’ideologia atea. Come molti sacerdoti, venne sottoposto al controllo dei servizi segreti. La polizia politica ascoltava le sue prediche e ben presto gli vennero rifiutati i permessi di soggiorno nella zona di confine dove risiedeva una parte della sua parrocchia e il suo nome iscritto negli elenchi dei Servizi segreti comprendenti le persone «note per il loro atteggiamento ostile». Nel 1963 - quando esortò i suoi fedeli ai cosiddetti «Atti conciliari di bontà», sostegno spirituale al Concilio Vaticano II, fu pretestuosamente accusato di costrizione alle pratiche religiose. Il 25 novembre fu interrogato a Rzeszów e condotto nel carcere della città. A metà dicembre si svolse il processo-farsa al termine del quale fu condannato a due anni e mezzo di prigione. L’accusa era basata sull’articolo 3 del Decreto di tutela della libertà di coscienza e di confessione emesso nel 1949, una norma varata dalle autorità per la limitazione e la progressiva eliminazione della fede e della Chiesa cattolica dalla vita pubblica e privata in Polonia. Don Wladyslaw venne diffamato sulla stampa nazionale e in carcere fu sottoposto a maltrattamenti e umiliazioni fisiche e psicologiche. Prima di essere arrestato, don Wladyslaw aveva subito un primo intervento chirurgico per l’asportazione della tiroide e avrebbe poi dovuto sottoporsi all’asportazione di un tumore all’esofago, un intervento che fu reso impossibile dall’arresto e dalla reclusione nel carcere di Cracovia. Fin dall’inizio la Curia di Przemysl fece ricorso al tribunale, chiedendo la sospensione della condanna affinché don Wladyslaw potesse essere operato, ma le richieste vennero sempre respinte, fin quando, solo nel febbraio 1964 ed essendo ormai don Wladislaw avviato a una morte certa, esse vennero accolte dal Supremo Tribunale di Varsavia. La mattina del 21 agosto 1964, dopo avere ricevuto i Sacramenti, don Wladyslaw morì nella canonica di Nowy Zmigród e fu sepolto nel cimitero parrocchiale della stessa città. Al funerale, presieduto da monsignor Stanislao Jakiel, vescovo ausiliare della diocesi di Przemysl, parteciparono 130 sacerdoti e una gran folla di fedeli che testimoniò come egli fosse stato un esemplare difensore della fede nei drammatici tempi della Polonia comunista e un eloquente esempio di fedeltà a Cristo.

LorenzoJHWH Unius REI
Martiri d’Oggi http://acs-italia.org/martiri-d-ogg/wlayslaw-findysz/ «I martiri sono il lievito della storia del Novecento. La loro memoria sia consegnata al terzo millennio e trasmessa di generazione in generazione».
Giovanni Paolo II
Perseguitati, offesi, umiliati, uccisi. I martiri dei nostri giorni hanno pagato con il supremo sacrificio la loro fede in Dio. Ricordiamo i martiri sacrificati nel XX secolo dal comunismo, dal nazional-socialismo, dall’odio per la fede cattolica, dalle guerre etniche o tribali. Oggi la loro testimonianza rende manifesta la straordinaria potenza di Dio che continua ad agire in ogni tempo e in ogni parte del mondo.
Alberico Crescitelli
Sacerdote 1863-1900 Canonizzato l’1 ottobre 2000 Memoria liturgica: 20 luglio Accoltellato più volte. Legato mani e piedi ad una canna come un capretto allo spiedo. E lasciato morire su un banco del mercato. leggi
Angel Dario Acosta Zurita
Sacerdote 1908-1931 Beatificato il 20 novembre 2005 Memoria liturgica: 25 luglio «Gesù»: è stata l’ultima Parola pronunciata da don Angel prima di morire a soli tre mesi dalla sua ordinazione sacerdotale. leggi
Elvira Moragas Cantarero
Suora 1881-1936 Beatificata il 10 maggio 1998 Memoria liturgica: 15 agosto «Viva Cristo Re!». E’ l’ultima frase scritta da Suor Elvira prima di essere fucilata il 15 agosto 1936. leggi
Sara Salkahazi
Suora 1899-1944 Beatificata il 17 settembre 2006 Memoria liturgica: 27 dicembre Quando hanno visto i nazisti davanti alla loro casa, Suor Sara e la sua consorella avrebbero potuto scappare. Ma hanno deciso che era più giusto tornare a casa. leggi
Wlayslaw Findysz
Sacerdote 1907-1964 Beatificato il 19 giugno 2005 Memoria liturgica 23 agosto Diffamato, recluso, maltrattato, umiliato e privato della possibilità di sottoporsi ad un’operazione che gli avrebbe salvato la vita. leggi

[ tutti gli omicidi genocidio, sotto, egida sharia ONU Amnesty ] Repubblica Centrafricana: rischio genocidio. «Il rischio che si arrivi al genocidio è imminente». Così l’arcivescovo di Bangui, monsignor Dieudonnè Nzapalainga, dichiara ad Aiuto alla Chiesa, che, Soffre durante una conversazione avuta mercoledì 12 febbraio. Il presule descrive l’attuale situazione in Repubblica Centrafricana ed esorta le Nazioni Unite, ad inviare un contingente di pace adeguato. «Con appena 4mila o 5mila soldati è impossibile restaurare la pace nell’intero paese. Per proteggere la popolazione servono più uomini. La crisi ha ormai raggiunto proporzioni drammatiche e in Centrafrica potrebbero regnare definitivamente il caos, l’anarchia e il disordine totale». Monsignor Nzapalainga racconta di un suo recente viaggio a Bodango, un piccolo villaggio a 190 chilometri da Bangui. Arrivato sul luogo, il presule si è reso conto che erano scomparsi circa duecento musulmani, che abitavano il piccolo centro, ed ha chiesto ad alcuni militanti anti-balaka, cosa fosse successo. «Mi hanno risposto che erano stati cacciati e si erano trasferiti nella capitale. Ma come potevano camminare per quasi 200 chilometri con donne, anziani e bambini? È chiaro che è andata diversamente». L’arcivescovo sottolinea come, a differenza di quanto diffuso dai media internazionali, gli anti-balaka, che, in lingua Sango significa anti-machete, non sono milizie cristiane. Un’estraneità più volte affermata dall’episcopato locale, e ribadita ieri anche, dal vescovo di Bangassou, monsignor Juan José Aguirre. «Nessuna milizia cristiana, sta uccidendo i musulmani, in Centrafrica,ha dichiarato ad ACS, ( contrariamente, alle calunnie, che, in tal senso sono fatte dal sistema massonico Bildenberg) Gli anti-balaka sono dei cittadini traumatizzati ed esaltati, che, dopo aver subito per un anno violenze e soprusi da parte della Seleka (terrorissti Jihadisti, pagati dalla Lega ARABA, sotto egida sharia ONU), hanno deciso di vendicarsi riversando il proprio odio, vendetta, voglia di sopravvivere, contro, la coalizione e contro, i centrafricani di fede islamica, che, l’hanno sostenuta».
Intanto la popolazione continua a vivere nel terrore, e ad assistere a scene che, afferma monsignor Nzapalainga, «ricordano il genocidio in Ruanda». L’arcivescovo si riferisce a quanto accaduto a Bohong, il piccolo villaggio cristiano a 15 chilometri, da Bouar attaccato, dalla Seleka l’estate scorsa. «Persone arse vive, case bruciate, teschi e ossa abbandonati tra, le ceneri, racconta, Avevo visto simili crudeltà solo nei documentari sull’olocausto ruandese. Oggi, il diavolo vive nel nostro paese, e se nessuno tratterrà la sua mano, il maligno riuscirà a raggiungere il suo obiettivo: uccidere e distruggere».
La presenza dei missionari è uno dei pochi aiuti rimasti ai centrafricani. «Loro hanno scelto di rimanere, non sono stati costretti. E nel coraggio, di questi religiosi i centrafricani possono intravedere, una luce nel buio della notte. Perché, se i missionari sono ancora in Centrafrica, vuol dire che c’è ancora speranza». Roma, 14 febbraio 2014
“Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2012 ha raccolto oltre 90 milioni di euro nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 5.604 progetti in 140 nazioni.

[ induisti fondamentalisti, codardi pezzi di merda come, gli islamici, aggrediscono a tradimento i cristiani, perché, sono pacifici e non si difendono! e poiché l'ONU Bildenberg è pieno di Lega ARaba, nazi, queste vittime innocenti semplicemente, non esistono per Obama l'assassino! ] Arcidiocesi di Lahore:”Ridateci la nostra proprietà” 25/05/2012 «Ogni settimana ascoltiamo nuove promesse, tutte vane. Noi cristiani siamo prede facili, perché tutti sanno che mai reagiremo con violenza». Monsignor Sebastian Francis Shaw, amministratore apostolico dell’arcidiocesi pachistana di Lahore, denuncia ad Aiuto alla Chiesa che Soffre la confisca illegale e la demolizione di un complesso religioso appartenente alla Chiesa. «Qualche tempo fa’ un rappresentante del governo provinciale ci ha personalmente assicurato l’immediata restituzione della proprietà, ma poi non è successo nulla». Costruito nel 1987, il centro rivestiva un ruolo molto importante all’interno della comunità perché comprendeva alloggi per i poveri, una casa di riposo per anziani, una scuola di cucito per ragazze disagiate, una cappella ed un convento. Il 9 gennaio però è stato completamente distrutto, «sotto la supervisione di alcuni funzionari governativi». Monsignor Shaw spiega ad ACS che il complesso è stato illegalmente sottratto alla Chiesa nel 2007 quando una donna convertita all’Islam, ospitata dalla Caritas nella struttura, ha rivendicato diritti sul suo alloggio. Il governo ha allora confiscato l’intera proprietà, sostenendo che fosse inutilizzata. «E’ ingiusto, esclama il presule appartenente all’ordine dei Frati minori, se anche ci dovessero ridare il terreno, ormai tutto è stato raso al suolo e dovremo pagare noi l’intera ricostruzione». Come condizione alla resa del centro, le autorità chiedono che la Chiesa vi realizzi a proprie spese una scuola. «E’ solo un altro modo per ritardare la restituzione, sanno benissimo che difficilmente troveremo i soldi per aprire una scuola». L’arcidiocesi ha incaricato uno dei suoi collaboratori della revisione di tutti i documenti relativi alle proprietà della Chiesa nell’arcidiocesi, mentre crescono la frustrazione e la rabbia dei fedeli: «Anche i cristiani sono nati in Pakistan e contribuiscono al bene e allo sviluppo di questo Paese. E si chiedono perché il governo non faccia niente per proteggerli». Aiuto alla Chiesa che Soffre sostiene da anni la Chiesa pachistana e tra gli ultimi progetti approvati ve n’è uno che prevede la costruzione di una Chiesa proprio nell’arcidiocesi di Lahore. A 40 kilometri dalla capitale del Punjab si trova la parrocchia di Sheikhupura che comprende 135 villaggi e 35 abitazioni cristiane. E’ una delle parrocchie più antiche del territorio, fondata nel 1934 da alcuni missionari belgi. La comunità cattolica è molto cresciuta da allora e la vecchia Chiesa di Santa Teresa è ormai troppo piccola per le 2.283 famiglie. I fedeli sono molto poveri, per lo più contadini, ma con grande sacrificio hanno raccolto parte del denaro necessario alla costruzione. ACS si è impegnata a coprire il resto dell’importo, premiando i loro sforzi e la loro fede incrollabile con una nuova e più accogliente Chiesa. “Aiuto alla Chiesa che Soffre” (ACS), Fondazione di diritto pontificio fondata nel 1947 da padre Werenfried van Straaten, si contraddistingue come l’unica organizzazione che realizza progetti per sostenere la pastorale della Chiesa laddove essa è perseguitata o priva di mezzi per adempiere la sua missione. Nel 2010 ha raccolto oltre 65 milioni di dollari nei 17 Paesi dove è presente con Sedi Nazionali e ha realizzato oltre 5.500 progetti in 153 nazioni.

[ovviamente, anche la LEGA ARABA, è nella stessa posizione della Uganda, ma, loro sono sotto egida ONU, Amnesty , Fmi, 322 Bush, e non si possono toccare, perché, hanno il compito di uccidere Israele! ] due eccessi opposti: dal cullattone Obama, alla Follia Uganda: "Ergastolo per i gay" e la Chiesa si oppone: "Non è umano" [ liscia(Obama), gassata(Uganda), o ferrarelle (Russia) ] I vesovi africani si sono opposti all'assurda legge invitando al rispetto della dignità di ogni persona. Corrado Paolucci. 25.02.2014. Il presidente ugandese, Yoweri Museveni, ha deciso di approvare una legge che punisce con il carcere a vita gli omosessuali. Una mossa che, per il governo ugandese, rappresenta una sfida aperta all'Occidente che vuole "imporre valori e modelli sociali" poco consoni a livello morale. La legge anti-gay era stata approvata - si legge su Repubblica del 24 febbraio - dopo che i suoi promotori avevano accettato di togliere dal testo la possibilità di ricorrere anche alla pena di morte. Il provvedimento prevede l'ergastolo per i recidivi, vieta qualsiasi propaganda dell'omosessualità e rende obbligatoria la denuncia delle persone omosessuali. Non si sono fatte attendere le reazioni: gli USA hanno dichiarato che "saranno rivalutate tutte le relazioni con Kampala". La Chiesa cattolica, insieme alle altre confessioni ugandesi, pur ricordando il suo insegnamento in materia di omosessualità, si è opposta alla legge invitando al rispetto della dignità di ogni persona. In un editoriale a fine gennaio il Southern Cross, settimanale promosso dalla Conferenza episcopale dei vescovi africani del sud che comprende anche quelli ugandesi, chiedeva di «evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione» verso gli omosessuali, che devono essere «accolti con rispetto, compassione e delicatezza» (Tempi, 24 febbraio) ricordando gli insegnamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica.

LorenzoJHWH Unius REI

Pakistan: il grande vuoto lasciato da Shahbaz Bhatti. [ King Saudi Arabia -- this is YOUR sharia nazi Bildenberg, UNDER EGIDA: ONU Amnesty 322, NWO, love UMMA worldwide caliPHate nazi, aRAB lEAGUE, and kill Israel dhimmi slaves ! ]
La situazione della comunità cristiana a tre anni dall'uccisione del ministro per le minoranze. Aiuto alla Chiesa che Soffre. 01.03.2014 © ACS-Italia. «La morte di Shahbaz Bhatti è una grave perdita per tutti coloro che nel mondo amano la pace». Così Peter Jacob, direttore della Commissione giustizia e pace della Conferenza episcopale pachistana, commentò l’omicidio del ministro pachistano per le minoranze, assassinato il 2 marzo 2011. Nel terzo anniversario della scomparsa di Bhatti, Jacob racconta ad Aiuto alla Chiesa che Soffre la situazione attuale della comunità cristiana in Pakistan e descrive il vuoto lasciato dalla scomparsa del politico cattolico. «Shahbaz si batteva in prima persona per i diritti delle minoranze e ha ottenuto importanti risultati. Era una figura di riferimento e la sua uccisione è stata una grande sconfitta. Oggi la sua memoria è onorata anche da molti musulmani e i media pachistani non smettono di ricordare il suo sacrificio». Prima di essere ucciso Bhatti aveva ricevuto numerose minacce, ma ha scelto di proseguire la sua lotta in difesa delle minoranze religiose e contro la legge anti-blasfemia, «uno strumento, diceva - spesso utilizzato impropriamente per risolvere questioni personali». Neppure l’assassinio di Salmaan Taseer, governatore del Punjab che assieme a lui si era battuto per la revisione della norma e la liberazione di Asia Bibi, è riuscito a fermarlo. «Se propongo anche un cambiamento minimo della legge sarò considerato blasfemo e verrò assassinato, aveva dichiarato in un’intervista a France 24 appena tre settimane prima di morire - Sono pronto a versare fino all’ultima goccia di sangue per combattere l’ingiustizia. Non ho paura, neanche dopo l’omicidio di Salmaan»
A tre anni dalla morte di Bhatti è ancora alta la percentuale dei cristiani tra coloro che sono accusati di blasfemia. Secondo quanto riferito dalla Commissione Giustizia e Pace, delle 32 accuse di blasfemia registrate nel 2013 ben 12 riguardavano dei cittadini cristiani: un dato altamente significativo se si considera che in Pakistan i cristiani rappresentano appena il 2% della popolazione. Allo stesso modo il numero di ragazze cristiane rapite e costrette a convertirsi all’Islam è più che raddoppiato: una piaga contro cui s’era strenuamente battuto proprio Bhatti. «È difficile dire quanto la sua scomparsa abbia influito sulla condizione dei cristiani pakistani, nota Jacob, ma la sua assenza ha lasciato sicuramente un vuoto in termini di rappresentanza politica delle minoranze. Sebbene non manchino gli sforzi per proseguire quanto Shahbaz aveva costruito».
A raccogliere l’eredità di Bhatti è stato soprattutto suo fratello Paul, presidente dell’All Pakistan Minorities’ Alliance (APMA) e già consigliere del primo ministro per le minoranze religiose, che successivamente al «martirio» di Shahbaz ha lasciato l’Italia, dove viveva da diversi anni, per tornare in Pakistan. Lo scorso anno Paul ha attribuito la liberazione di Rimsha Masih - la quattordicenne affetta da ritardo mentale accusata di blasfemia e poi assolta - all’inestimabile lavoro di suo fratello. «Io porto avanti la sua missione, ha detto ad ACS - e se raggiungiamo dei risultati, il successo è soltanto suo». Nonostante l’assoluzione di Rimsha, la “legge nera” continua a mietere vittime innocenti. Riformarne il testo è praticamente impossibile a causa della pressione dell’opinione pubblica e delle minacce rivolte dai gruppi fondamentalisti a chiunque critichi la norma o ne caldeggi la revisione. «Sono necessarie delle modifiche che impediscano l’abuso della legge», dichiara ad ACS Peter Jacob, auspicando leggi che garantiscano una maggiore tutela delle minoranze, pari diritti per tutti i cittadini e favoriscano l’armonia interreligiosa. «A dispetto delle enormi difficoltà, afferma l’attivista - la comunità cristiana trova ancora la forza di continuare a lottare e far sentire la propria voce. Proprio come fece Shahbaz Bhatti: una figura che incarna pienamente l’anima dei cristiani pachistani». sources: Aiuto alla Chiesa che Soffre

LorenzoJHWH Unius REI

[[ Puntando sull’Ue Kiev corre il rischio di perdere molto ]] Più si avvicina il momento della firma di un trattato sull’adesione dell’Ucraina all’Ue come membro associato, più accese sono le polemiche in materia di giustezza di questa decisione. Chi è interessato a che l’Ucraina segua la via dell’integrazione europea? Le autorità ufficiali di Kiev, gli oligarchi nazionali, la parte di orientamento antirusso dell’élite europea ed americana o tutti insieme? Le opinioni al riguardo non sono concordi. Ma su un punto la maggioranza degli esperti concordano: non è il popolo ucraino! →la NATO MASSONICA, BILDENBERG, GLI ANTICRISTO, DEI FARISEI ANGLO ANMERICANI fMI, BCE, FED, ha interesse, ha creare, una, zona cuscinetto, da fare, massacrare, ai carrarmati russi, per fermarne l'avanzata
Rispondi
sources: La nuova Bussola quotidiana